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IL PAESE

Il paese di Castopignano, con l’abitato prevalentemente formato da case in pietra, si estende su due spontoni di roccia che costituiscono una sorta di balconata calcarea ad un’altitudine di 595 m. s.l.m.
Ha una superficie di 27,02 kmq e confina con Torella, Casalciprano, Oratino, Santo Stefano di Campobasso, Ripalimosani, Limonano, Fossato.
Il centro, già citato nei documenti dell’XI secolo, come importante roccaforte del Molise centrale, conserva sullo sperone di roccia a picco sul Biferno, i resti dell’imponente Castello degli Evoli, cosi’ denominato dai feudatari che ne vennero in possesso nel XIV secolo.
Intorno al colle su cui è arroccato il centro abitato, furono rinvenute tracce di opere in muratura di epoca sannita, cosi’ pure dei reperti di enorme valore artistico, tra le quali spicca la statuetta di Minerva – simbolo dell’Unione dei Comuni “Medio Sannio” – importante testimonianza artistica del Sannio preromano
L’agricoltura è stata sino agli anni ’50, l’attività produttiva prevalente. Nel corso dell’ultimo mezzo secolo è stato forte il fenomeno migratorio, che ha ridotto la popolazione da 3000 abitanti a circa 1200. Alta è la componente sociale costituita dagli anziani; la natalità gravita intorno alle 10 unità annuali.

LA STORIA

Sulle origini di Castropignano non vi sono notizie certe, ma varie supposizioni sull’etimologia del nome e della sua ubicazione. Vi sono diversi siti nel suo territorio che fanno pensare ad origini italiche, come le mura megalitiche a ridosso del castello che rappresentano una testimonianza notevole sulle sue origini italiche. Queste mura, che sono ancora oggi ben visibili, avevano il duplice scopo di servire sia da difesa che da strada di collegamento tra il fondovalle e i primi insediamenti di probabili pastori. Vi sono poi resti di ville romane, costruite in prossimità di precedenti accampamenti o addirittura su mura di costruzione italica.
Sono state trovate diverse tombe e diversi monili, ma il ritrovamento sicuramente più importante è la statua di Minerva, rinvenuta in agro di Roccaspromonte (frazione di Castropignano) intorno al 1770 e che ora è conservata presso il Museo Imperiale di Vienna.
Il Perrella asserisce che Michelangelo Ziccardi avrebbe identificato nell’attuale Castropignano la “Palombino” del Sannio – Pentro, distrutta dalle legioni romane nell’anno 459 dell’urbe.
Palombino in lingua osca (secondo Ziccardi) dovrebbe significare “Castrum” cioè fortezza, luogo fortificato. Distrutta Palombino, i posteri a ricordo chiamarono la località “Castrum expugnatum” o “Castrum pugnatum” fino ad arrivare all’attuale Castropignano.

STORIA MEDIIEVALE

Castripignano fece parte del ducato di Benevento, e poi in seguito appartenne al castaldato di Boxano, che in seguito si chiamarono Conti di Boxano, Conti d’Isernia e poi Conti di Molise.
Nel corso del secolo XII Castrpignano appartenne alla Contea do Molise, forse delle branche laterali della stirpe, i quali assunsero a proprio cognome il nome del feudo.
Sono noti Guglielmo di Castropignano, Giuliano di Castopignano e Vico di Castropignano. Una delle due figlie di quest’ultimo andò in sposa a Giovanni d’Evoli barone di Frosolone il quale nel 1345 comprò anche l’altra metà del feudo di Castropignano dalla cognata e divenne padrone integrale di Castropignano. Da quel momento la famiglia d’Evoli, di cui non è dubbia la comunanza con il ceppo di Triveneto, tenne il feudo fino all’eversione della feudalità: ultimo rappresentante fu Mariano d’Evoli.

Lasciò un’unica figlia, Luisa, che aveva sposato Panteleone d’Afflitto d’Adriano, che assunse il titolo di duca di Castropignano.
La famiglia d’Evoli era di origine antichissima, normanna, se non longobarda. Aveva ottenuto il titolo comitale fin dal 1080, ed era ascritta al patriziato napoletano nei Seggi Capuana e Porto.

ROCCASPROMONTE

E’ una frazione di Casropignano che un tempo si chiamava semplicemente Rocchetta ed aveva amministrazione propria, poi riunita a Castropignano ebbe il nome di Roccaspromonte. Erano presenti due vetustissime torri già dimezzate, una elevata su sassi smisurati a precipizio, l’altra più in sotto, ora campanile. E’ ubicata a circa due chilometri dal comune capoluogo, su di una collina che emerge quasi a picco sulla sponda del Biferno. E’posizionata a circa 660 metri sul livello del mare. Nel secolo XVI fu feudo dei Filomarino, che ne erano i signori dal 1586: dai quali passò poi alla famiglia de Curradis titolare di Csalciprano. Nel 1648 ne era feudatario Francesco Sebastiano.
Si ignora se Roccaspromonte sia appartenuta successivamente ai d’Evoli: è noto però che alla fine del secolo XVII fino alla fine del feudalesimo fu dominio della famiglia De Leto di Casalciprano.
Roccaspromonte appartiene alla diocesi di Triveneto, ed è parrocchia autonoma dedicata a Santa Maria della Pietà. Dai tempi più antichi alla prima metà del XIX secolo Roccaspromonte fu comune autonomo: coi nuovi regimi amministrativi venne aggregata a Castropignano non avendo mezzi per sostenersi da sé e rispondere agli obblighi di legge.
Nel suo agro, verso il 1770, fu rinvenuta una statua di terracotta alta sei palmi, ritenuta rappresentare Minerva. Domenico Cerulli, illustre antiquario, in una sua lettera diretta a Mons. Antonio Gurtler nel 1777, espose l’opinione che nel luogo dove era avvenuto il ritrovamento del prezioso cimelio ci dovesse essere en tempio, o almeno un’ara dedicata a Minerva, fondando la sua tesi sull’interpretazione del frammento di un’antica epigrafe etrusca rinvenuta nello stesso luogo.
Il duca di Oratino donò la statua al Museo Imperiale di Vienna.

TRADIZIONI

Saltuariamente si svolge nel periodo di Carnevale, la sfilata dei “dodici mesi”. Una maschera che ha molto in comune con quella di Cercepiccola. Il 17 gennaio (S. Antonio Abate) hanno luogo le “maitunate”, canti augurali eseguiti da gruppi prestabiliti nei confronti di famiglie del paese.
Ancora nel periodo del Carnevale è caratteristica la “maschera dei briganti” che ha luogo nella frazione di Roccaspromonte.
Il 14 e il 15 luglio si celebra la festa della Madonna del Carmine, allietata da manifestazioni di piazza. Ancora a luglio si festeggia San Giacomo, nell’omonima borgata.
La festa del patrono ha luogo il 29 aprile.

GASTRONOMIA

Si possono ancora gustare piatti tipici come la “Polenta e salsiccia” e la “Cicerchiata” (passata di legumi). Sono anche di tradizione la “Paniccia” e la “Pizza onta”.

SPORT

Il comune dispone di un campo di calcio ma, attualmente, non è presente una società sportiva di nessun tipo. E’ invece disponibile un piccolo centro giochi attrezzato, all’aperto, per bambini.

TURISMO

L’abitato è costituito da case in pietra locale, che nel centro storico spesso risultano abbandonate ed in vendita per turisti alternativi. Per il recupero di tali case, singolare ed innovativa è l’iniziativa adottata dall’Amministrazione locale: costituire delle unità di ricettività turistica mediante il loro recupero e ristrutturazione, secondo le usanze e le tradizioni contadine del luogo, rivalutandone cosi’ la presenza.
La testimonianza archeologicamente più rilevante ricadente nell’agro è costituita dalle Mura Megalitiche a ridosso del “Cantone della Fata” e risalenti all’epoca delle Guerre Sannitiche (fine 4° secolo A.C.). In contrade vicine sono stati individuati anche i resti di due ville romane.
Lungo il lato Sud dell’abitato passa il Tratturo “Lucera -, Castel di Sangro”, antica via della transumanza, che collega ininterrottamente Puglia, Molise ed Abruzzo. Si stanno avviando su di esso interventi che lo renderanno attrezzato e meglio fruibile per cavalieri, cicloamatori, amanti del tracking, campeggiatori.
Il castello d’Evoli domina l’abitato, da cui dista circa trecento metri, era un arduo maniero che ricorda i lontani tempi normanni, e che gli Evoli ampliarono e fortificarono nel secolo XIII e decorarono nei secoli che seguirono. E’ di forma quadrangolare ed ha un prospetto di 40 metri alla cui estremità c’è il portale, poderosamente speronato e sormontato dallo stemma della famiglia che per più secoli lo ha posseduto. Il maniero sorge nel mezzo di una vasta spianata che prorompe a picco, per tre lati, sulla vallata del Biferno, e non presenta merlature.

I CANTONI

Si è già fatto riferimento al termine “Cantone”: esso indica, nel dialetto locale, una punta di roccia molto alta. Questi giganteschi spuntoni di roccia sono una peculiarità del territorio di Castropignano e affiorano un po’ dovunque; ad ognuno è stato assegnato il nome che ne rappresenta il significato.
Tutto il paese è sito su roccia compatta e lo stesso dicasi per la frazione di Roccaspromonte; mentre grandi masse di arenarie affiorano sul tratturo, Contrada Palata e Contrada Forconi.
Dalla valle del Biferno, a nord est del castello si scorge una ferrigna estesa roccia che spunta dal sottostante bosco: si tratta del “Cantone la Fata” il più noto, grazie alla leggenda di Fata, una pastorella che per sfuggire al Signorotto del posto si lanciò dall’alto del roccione e grazie anche al poeta Eugenio Cinese, poeta dialettale, che da esso ha tratto ispirazione per alcune sue opere.
Altri cantoni conosciuti sono: cantone La Guardia, cantone Giorgione, cantone Petrillo, cantone Belvedere, cantone di Roccaspromonte e Pesco del Corvo.

IL TRATTURO

Turismo alternativo è da considerare anche la possibilità di ripercorrere, a piedi o a cavallo, i vecchi tragitti utilizzati per la transumanza: sono i cosiddetti “percorsi fratturali”.
Posizionato tra i pascoli montani dell’Abruzzo e quelli pianeggianti del Tavoliere delle Puglie, il Molise si trovava al centro di una rete di tratturi che, con i tratturelli e i bracci (vie secondarie di più piccole dimensioni e con compiti di raccordo tra le grandi arterie), formavano un percorso di circa 3.000 chilometri di lunghezza di cui 454 nel Molise.
Queste grandi “strade erbose”utilizzate per la transumanza (ossia il trasferimento delle greggi e delle mandrie dai pascoli della pianura a quelli di montagna e viceversa), avevano una larghezza di circa 111 metri, ampiezza che permetteva alle greggi di pascolare e spostarsi senza problemi.
Erano collegate tra loro dai tratturelli di larghezza diversa: circa 37, 27, 18 metri, e dai bracci.
Lungo i tratturi erano previsti riposi o giacci (situati in luoghi pianeggianti e ricchi d’acqua, quasi sempre con la presenza anche di piccole chiese), ampie aree in cui le greggi e le mandrie sostavano durante gli spostamenti. La transumanza rappresentava un’importante attività per tutta l’economia del Mezzogiorno, legata alla lavorazione e commercializzazione della lana.

Ancora oggi sulle nostre montagne si vedono greggi e mandrie pascolare; gli animali, però, vi arrivano a bordo di mezzi più comodi e veloci.
I tratturi sono scomparsi sotto l’incalzare del “progresso” e dell’agricoltura anche se alcuni tratti sono ancora percorribili; il loro recupero ed il restauro delle taverna presenti lungo il percorso potrebbero essere un’idea vincente per un turismo alternativo, attività che peraltro è già iniziata nella nostra Regione, infatti sono in corso lavori di recupero ambientale che ne rivalutano la presenza (sono previste aree di sosta attrezzare e transennature dei limiti fratturali).